Usa, troppi soldi sui conti correnti. I depositi bancari ammontano già a 9.000 miliardi di dollari, una cifra mai vista. Ed entro la fine dell’anno potrebbero salire fino a quota diecimila. Un fenomeno da Grande Depressionedal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK – La montagna di cash sta raggiungendo un’altezza mai vista nella storia: siamo già oggi 9.000 miliardi di dollari, entro la fine dell’anno quota diecimila potrebbe essere vicina. Tutti soldi liquidi, depositati dagli americani sui loro conti correnti: letteralmente a far niente, perché le banche fanno fatica a utilizzare questa raccolta in modo redditizio.
È un’altra faccia della lunga crisi, o Grande Contrazione, che stiamo attraversando. È un fuggi fuggi generale dagli investimenti a rischio, un fenomeno di lunga durata che prescinde dalle oscillazioni quotidiani della Borsa: le famiglie americane investono meno in azioni, meno in bond, meno in fondi comuni e quant’altro, siamo ormai in piena “preferenza per la liquidità” (un fenomeno sinistro, perché fu studiato da John Maynard Keynes a proposito della Grande Depressione).
In positivo, questo è anche il risultato di un rinsavimento collettivo: dopo anni vissuti da “cicale”, in cui gli americani avevano ridotto la loro propensione al risparmio vicino a quota zero, oggi la percentuale del reddito disponibile che viene messa da parte è risalita oltre il 5,5%.
E la prudenza induce a tenere quei soldi nel contenitore più liquido che c’è subito dopo il materasso di casa: il conto corrente o deposito a vista. La massa di depositi amministrati dalle banche sta crescendo del 5% all’anno. Di riflesso, i rendimenti crollano.
Perfino i Certificate of Deposit (abbreviati in Cd) che sono dei buoni di cassa, ormai rendono lo 0,4% all’anno.
Sembrano lontanissimi i tempi in cui le banche Usa offrivano tassi del 3% e in aggiunta regalavano l’iPod per attirare clienti. Adesso, se possono, i clienti li respingono. Così per esempio la Bank of New York Mellon è stata la prima a inaugurare l’interesse negativo: per scoraggiare i grossi clienti che stavano accumulando liquidità sempre più ingenti sui conti a vista, ha messo una commissione dello 0,13% annuo. Praticamente è come affittare una cassetta di sicurezza: sei tu cliente che paghi per il servizio di custodia, mica ti aspetti che la banca ti dia un rendimento.
Questo mondo alla rovescia, si spiega anche con il fatto che le banche non trovano impieghi redditizi. Un esempio dalla Wells Fargo: nel terzo trimestre di quest’anno ha visto affluire una massa aggiuntiva di 42 miliardi di dollari nei suoi depositi, ma è riuscita a impiegarne solo 8,2 miliardi in nuovi fidi e prestiti alla clientela. L’intermediazione tradizionale langue, anche questo ovviamente è un effetto della non-crescita. Né le banche possono cercare una via d’uscita nel mercato interbancario o prestando alla Federal Reserve: la politica del tasso zero che la banca centrale applica da tre anni, ha chiuso anche quella valvola di sfogo.
(25 ottobre 2011)
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Fabio D'Urso: Riassunto. L'Europa ci chiede di scegliere sul mercato di lavoro, e vuole la riforma del sistema legislativo sulle imprese. Napolitano ribadisce che le riforme strutturali si devono fare, marca la Merkel, sorpassa Sarkozy, e passa la palla a Berlusconi. Berlusconi scrive all'Europa e chiede permessi sulle liberalizzazioni, sulle privatizzazioni, sulle semplificazioni normative a vantaggio delle i...mprese e sul piano delle infrastrutture. Tutto chiaro, prossimamente step dopo step soluzioni per tutto il paese e per tutte le categorie. Non bisogna aver fretta quando un paese sta in ginocchio. L'importante è distrarre l'attenzione sui nodi, e sulle povertà specifiche, sul sistema delle grandi imprese, sulle banche, sulle anomalie della precarietà, della flessibilità all'italiana, sul lavoro illegale, e sulle mafie del paese. --------------- Stipendi d'oro - 5° -
Sergio Marchionne - 4.782.400€
finanza.it.msn.com
L'Amministratore delegato di Fiat si ferma al quinto posto con 4.782.400€
QUESTO signore e il quinto manager piu pagato al mondo per chiudere stabilimenti per tutta italia, forti tagli occupazionali nelle poche fabbriche rimaste aperte e sfrutta lo stato .....cioe il popolo in particolare tutti i CONTRIBUENTI PRETENDENDO DALLE ISTITUZIONI MILIONI DI EURO PER LA CASSA INTEGRAZIONE E MOBILITA' A RUOTA LIBERA.
DOPO AVER GIA PRESO PER DECENNI CONTRIBUTI STATALI PER RICERCA INNOVAZIONE E SVILUPPO CHE HANNO PORTATO LA PERDITA DI MIGLIAIA DI POSTI DI LAVORO, DELOCALIZZANDO IL MARCHIO FIAT.
IL TUTTO CON IL TOTALE AVVALLO DEI SINDACATI E NESSUNA PROCURA APRE UNA SOLO INCHIESTA,NONOSTANTE LE CONTINUE DENUNCIE DELLO SLAI COBAS .
Quale fu il ruolo dei servizi nella strage e nel successivo depistaggio? .pubblicata da Adriana Jone 26 ottobre 2011 .Su "La Stampa" di oggi c'è un articolo sulla richiesta di revisione del processo per la strage di via D'Amelio in cui furono condannati quali esecutori materiali undici persone di cui oggi, grazie alle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, è emersa l'innocenza. La richiesta di revisione è stata presentata dal Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Catanissetta Roberto Scarpinato alla Corte d'Appello di Catania, accludendo la memoria di oltre 1000 pagine contenente i risultati delle indagini svolte dalla Procura, che il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta Sergio Lari aveva presentato al PG nisseno:
Prima una domanda: Spatuzza ha raccontato che c'era un uomo esterno a Cosa nostra quando imbottirono la 126 di tritolo. Che fine ha fatto?
Spatuzza stesso aveva indicato Lorenzo Narracci, poi alla fine il riconoscimento ha dato esito negativo..... Stessa cosa per Massimo Ciancimino.... (solo che il testimone che non si voleva più utilizzare è stato incriminato per calunnia, mentre quello che serve per la revisione sugli esecutori materiali no). E così Narracci esce dall'inchiesta....
Lo stesso Narracci di cui si trova sempre traccia sui luoghi delle stragi... lo stesso Narracci che una volta coinvolto nell'inchiesta viene trasferito dall'AISI al DIS a Roma... lo stesso Narracci il cui coinvolgimento è stato discusso ad ottobre 2010 in una riunione del Copasir in cui si parlò delle accuse di Massimo Ciancimino a De Gennaro e Narracci... accuse che hanno provocato l'interessamento anche di Luigi Bisignani... e che hanno messo in allarme i più alti vertici istituzionali e politici (alla faccia dell'autonomia e indipendenza della magistratura e del segreto istruttorio).
Allora anche se non è Narracci, chi era quest'uomo di cui ha parlato Spatuzza? Se ne parla nella memoria presentata alla Procura Generale dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta?
Riguardo il depistaggio.... nell'istanza di revisione, che è un atto ufficiale, il procuratore generale Scarpinato deve ovviamente attenersi a quanto gli è stato presentato nella memoria come esito delle indagini dalla Procura della Repubblica nissena. E pare che le indagini in questo senso stiano ancora molto indietro.... Scarpinato infatti scrive che "siamo di fronte a un clamoroso errore investigativo prima e giudiziario poi, magari determinato dall’ansia di dare una risposta all’opinione pubblica, allarmata e disorientata dall’escalation stragista, ovvero il risultato di un vero e proprio depistaggio" e che sul gruppo di Arnaldo La Barbera non sono stati trovati "sufficienti elementi di riscontro alle accuse formulate nei loro confronti". Ricordiamo che attualmente ci sono tre funzionari della polizia indagati in merito al depistaggi.
Ma sinceramente l'ipotesi dell'errore investigativo dovuto alla fretta di trovare un colpevole non sta tanto in piedi visto che Scarantino è stato torturato per costringerlo ad autoaccusarsi e che gli dicevano cosa doveva dire. Il depistaggio ci fu. Ci fu la volontà di portare le indagini su una falsa pista, di arrivare a rapide conclusioni per impedire che si seguissero altre piste, come ad esempio quella che avrebbe potuto portare alla base del SISDE al castello Utveggio...
Scarantino fu arrestato il 26 settembre 1992. Il 30 settembre Bruno Contrada (numero tre del SISDE) andò dall'allora procuratore nisseno Tinebra e gli consegnò il primo dossier per accreditare il falso pentito. Come risulta dall'agenda di Contrada, con lui c'era l'allora capo dell'agenzia SISDE di Caltanissetta, Rosario Piraino. Lo stesso Rosario Piraino, tuttora in forza all'AISI (l'ex SISDE), che è stato riconosciuto in foto da Massimo Ciancimino come il braccio destro del sig. Franco, quello che si faceva chiamare capitano, indagato dalla Procura di Palermo per violenza privata aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra, in quanto ha più volte minacciato il testimone affinché non parlasse.
Poco dopo questo riconoscimento arrivò a Massimo Ciancimino una lettera di minacce che terminava così:
"Sappiamo tutto sul contenuto delle deposizioni fatte con i magistrati S. Lari e compagni ed A. Ingroia e compagni, ulteriore aggressione intrapresa col fine di coinvolgere e infangare illustri servitori dello Stato, uomini che a differenza di taluni magistrati hanno anteposto i più alti ed onorabili valori alla loro stessa esistenza. Un consiglio, vada via dall'Italia, taluni crediti non possono essere più posticipati. Sono state disposte più operazioni a garanzia della democrazia, tutte in attesa di essere eseguite. Un solo fine frutto di più azioni, cinque, un numero che dovrebbe farla riflettere, le mie credenziali in busta".
Cinque i proiettili di kalashnikov acclusi in busta. Cinque come il numero con cui era contrassegnata la fotografia riconosciuta da Ciancimino.
Poi entrò in scena Arnaldo La Barbera con la sua squadra. Ma chi c'era dietro La Barbera, a chi faceva riferimento? Chi può credere che fece tutto da solo? La Barbera fu promosso questore di Palermo da Nicola Mancino, lo stesso Nicola Mancino che nell'aprile '93 promosse Gianni De Gennaro (attuale capo del DIS ovvero dei servizi segreti) a capo della DIA. La Barbera - è un fatto - entrò a far parte dei De Gennaro boys, gli intoccabili De Gennaro boys che sono passati indenni anche dalla vicenda del G8. Le cui carriere spedite li hanno portati ad occupare tuttora i più alti posti negli apparati dello Stato. Pare che il destino di Arnaldo La Barbera sia fare da scudo ai suoi superiori... come per il G8 di Genova...
Media & regime | di Carlo Tecce 22 ottobre 2011 Sei anni fa era un’azienda in salute oggi la Rai ha le casse semivuote A causa dei ritardi del Tesoro nel versare i soldi raccolti con l'abbonamento, le casse di via Mazzini sono vuote: a dicembre rischio blocco per tredicesima, stipendi e pagamenti ai fornitori.
Non è un programma d’informazione domestica, ma l’ultima deriva di viale Mazzini: persino per la Rai è una fatica arrivare a fine mese. Non bastano 2,5 miliardi di euro l’anno fra canone e pubblicità. Non bastano fidi bancari che sfiorano 700 milioni di euro. Non bastano piani industriali che nascondono licenziamenti. E dicembre fa paura: c’è il rischio che l’azienda possa bloccare le tredicesime, forse pure gli stipendi, e tanti auguri ai 13 mila dipendenti. Nemmeno un euro, poi, per i fornitori che, ormai senza pazienza, aspettano i pagamenti.
La cassa è vuota, strangolata dai ritardi del Tesoro nel versare il malloppo pubblico, 1,6 miliardi di euro raccolti con l’abbonamento: consumata la metà, mancano 800 milioni. A settembre avevano promesso 400 milioni, poi rinviati in tre comode rate a ottobre; adesso per l’assegno finale di 400 milioni dicono dicembre: se slittano di due settimane, addio retribuzioni (un macigno da 80 milioni di euro al mese). La Rai ripara il pallone sgonfio con cuciture improvvisate. Più passa il tempo, più il buco s’allarga. Ecco, l’ennesimo palliativo: un prestito di 80 milioni di euro per gentile concessione di Bei, la Banca europea per gli investimenti. La rete per diffondere il segnale del servizio pubblico – antenne, piloni, ferro – è l’unica proprietà di viale Mazzini.
Dilapidato il patrimonio culturale, povero di contenuti e ricco di contenitori, l’azienda mostra le strutture di Raiway con l’illusione di chi, finito in disgrazia, cerca di salvarsi svendendo l’eredità. Raiway vale un miliardo di euro, estrema garanzia per chiedere o trovare soldi. Alessandro Penati, economista della Cattolica, intravede nuvoloni minacciosi su viale Mazzini: “Quando sei disposto a cedere il bene più solido e prezioso, significa che sei in corsa verso il fallimento e cerchi di mascherare il debito. La Rai può smobilitare Raiway, ma poi deve noleggiare le frequenze per andare in onda oppure vogliono chiudere le televisioni?”.
Nel bilancio 2011 i debiti consolidati superano i 350 milioni di euro. Il peggio è dietro l’angolo: nel 2012, per resistere sul mercato, la Rai deve comprare i diritti per le Olimpiadi e l’Europeo di calcio, una botta di 140 milioni di euro. Dove cercare 140 milioni di euro senza aumentare i 350 milioni di esposizione bancaria? Non con la pubblicità. La concessionaria Sipra ha raccolto 980 milioni di euro (50 in meno che nel 2010), e le previsioni sono pessime: “L’anno prossimo dovremo fronteggiare il calo di ascolti e la prevedibile crisi finanziaria, qualsiasi stima è troppo ottimistica”, spiegano fonti qualificate di Sipra. Dicembre sarà il primo esame di stabilità, ancora più dura sarà tra gennaio e marzo. Senza canone e senza tesoretti.
Sei anni fa, mica nel dopoguerra, la Rai era un’azienda sana. Il passaggio al digitale terrestre, una manna per Mediaset e una condanna per viale Mazzini, è costato 500 milioni di euro, soltanto il governo Prodi ha contribuito con 58 milioni di euro, Silvio Berlusconi ha pensato bene di non aggiungere. In Gran Bretagna per assorbire le nuove spese, la Bbc ha aumentato il canone di 20 sterline. Qui scherzano con le diffide: il Consiglio di amministrazione ha intimato al ministero dello Sviluppo di pagare 1,3 miliardi di euro per onorare il contratto di servizio (quel documento che giustifica la tassa chiamata canone, che però non copre i costi di quelle trasmissioni qualificate come “servizio pubblico”). Sai che paura, avrà detto il ministro Paolo Romani.
Senza sparare cifre colossali, seppur legittime, la Rai poteva confermare l’accordo con Sky per trasmettere sul satellite, 350 milioni di euro in 7 anni sdegnosamente rifiutati dall’ex direttore generale, Mauro Masi. Bellissimi quei 13 canali di offerta gratuita, anche inutili però: nessun inserzionista sgomita per piazzare un prodotto a Rai 5 o Rai Gulp. Guai a toccare l’appalto, ogni anno benedetto: 224 milioni di euro per società esterne, 200 milioni per le serie televisive; profumati contanti per imprenditori che vengono, incassano e salutano, che sia un successo o un disastro. Dentro, il nulla: “La Rai si costruisce fuori, non nei suoi studi – commenta il professor Penati – . Non può vantare una scuola per sceneggiature o varietà, né marchi né autori. Logico che finisci con i creditori che ti circondano, e devi tranquillizzarli subito perché altrimenti sei spacciato. Mi ricorda un po’ la logica del San Raffaele di Milano che rinviava i pagamenti ai fornitori, fin quando ha portato i libri contabili in tribunale”. La soluzione non è vendere: “Chi acquista un’automobile vecchia e rotta con pochi pregi e tanti difetti? La Rai ha due strade: o taglia i costi del 30 per cento o morirà per rinascere male come Alitalia con i soliti salvatori della patria”. E i cittadini costretti a svenarsi ancora. da Il Fatto Quotidiano del 22 ottobre 2011
LE ANTICIPAZIONIIl premier: "Mai aiutato Tarantini e Lavitola" E scarica le colpe sul maggiordomo Alfredo
Intervista a Silvio Berlusconi nel nuovo libro di Bruno Vespa, in cui il presidente del consiglio dà la sua versione dei fatti sui rapporti con l'imprenditore pugliese e il faccendiere latitante. E contrattacca sulle procure: "Bisogna ristabilire l'ordine, siamo oltre al livello di guardia"
(ansa) ROMA - Il premier nega su tutta la linea gli scandali che lo coinvolgono insieme a Gianpaolo Tarantini e Valter Lavitola, e contrattacca sulla giustizia. La sua risposta alle numerose domande poste dall'opinione pubblica arriva, come ormai da tradizione, nel nuovo libro di Bruno Vespa in uscita a fine mese ("Questo amore", per Mondadori - Rai Eri).
Lavitola e Tarantini. Invenzioni, strumentalizzazioni politiche e in subordine equivoci e incomprensioni: Silvio Berlusconi derubrica così le accuse e e le critiche per i suoi rapporti con Valter Lavitola e Gianpaolo Tarantini. Finendo poi per 'accusare' il suo maggiordomo, Alfredo: sarebbe stato lui - è la versione del premier - ad avergli passato l'ex direttore dell'Avanti al telefono, un telefono con una scheda panamense e quindi considerata sicura.
"Una sera Alfredo si affacciò alla porta del mio studio con un cellulare in mano. 'Dottore, mi disse, Lavitola ha chiamato almeno venti volte, vuole rispondergli almeno una volta?' ci parlai, ma con il convincimento che il cellulare fosse quello di Alfredo", racconta il Cavaliere a Vespa.
Quanto a Tarantini, "non gli ho reso un solo favore. Non l'ho assolutamente presentato e messo in contatto con persone di Finmeccanica. Un giorno lo sentii al telefono mentre ero a fianco di Guido Bertolaso 1, glielo passai per un saluto. Ma nemmeno dalla Protezione Civile ebbe alcunché".
Le intercettazioni. E quando lo stesso Berlusconi, sempre al telefono con Lavitola 2, disse "facciamo fuori il Palazzo di Giustizia e assediamo Repubblica"?. Anche lì, niente di vero. "Per l'ennesima volta è stato vergognosamente travisato il senso della conversazione, che andava esattamente nella direzione opposta. Ogni comportamento o manifestazione eversiva è esecrabile. Figuriamoci se me ne voglio intestare una o capeggiarla". Nell'occasione Berlusconi parla sì di rivoluzione, ma rievocando il mantra del 1994: "Ambisco a quella liberale".
I PROCESSI DEL CAVALIERE 3
Contro la magistratura. L'attacco al potere giudiziario è invece frontale: "Una specie di rivoluzione la stanno tentando di fare alcune procure politicizzate. Pensi - spiega il premier a Bruno Vespa - al caso Mediatrade: quando in un processo mi consentono di esercitare il diritto di difendermi, i risultati si vedono e vengo immediatamente prosciolto. Quando in un paese democratico si arriva a violare il domicilio del presidente del Consiglio, e a considerare possibile indiziato di reato chiunque vi faccia ingresso, significa che il livello di guardia è stato ampiamente superato, e che è giunto il momento di ristabilire una reale separazione fra i poteri e gli ordini dello Stato". Qui il riferimento è allo scandalo Ruby 4.
E ancora: "Sia chiaro che io non ho alcun timore di farmi giudicare: davanti ai magistrati non sono mai fuggito, e la montagna di fango delle accuse più grottesche e inverosimili in quasi vent'anni di persecuzione giudiziaria non ha partorito un topolino: i pubblici ministeri che hanno ossessivamente indagato sulla mia vita non hanno trovato uno straccio di prova che abbia retto al vaglio dei tribunali".
Secondo il premier, il Csm in questi anni ha "agito di fatto" da terza Camera, "pretendendo di giudicare cosa il parlamento e il governo debbano o non debbano fare, con ciò stravolgendo il principio della divisione dei poteri".
(22 ottobre 2011)
pubblicata da Informare ControInformando News il giorno domenica 23 ottobre 2011 alle ore 1.02.di Superbonus
Se pensavate di aver visto tutto in questa pazza gestione della crisi del debito europeo vi siete sbagliati. La nuova proposta di cui si discuterà al vertice di domenica su cui si stanno scontrando Francia e Germania, è sorprendente.
Si prende quel che rimane del fondo salvastati (Efsf), circa 220 miliardi, e con quello si garantisce il 20 per cento di un eventuale perdita sui bond emessi dai Paesi europei. Così da garantire parzialmente circa 1000 miliardi di nuove emissioni (622 saranno con certezza le emissioni italiane dal 2012 al 2014 e 281 miliardi quelle spagnole).
Per il vecchio debito, circa 1600 miliardi di euro per l’Italia e 800 per la Spagna, non resta niente.
Lo stesso dicasi per Belgio e Francia che, se dovessero avere problemi, non solo si attaccherebbero al famoso tram ma farebbero venir meno la costruzione delle garanzie, visto che Parigi contribuisce per 158 miliardi al fondo.
La Francia ha una debolezza strutturale: le sue banche sono esposte al debito di tutti i Paesi in difficoltà. Ma è proprio la Francia che offre le garanzie per sostenere i bond dei Paesi a rischio: non su quelli che sono posseduti dalle sue banche (i vecchi), bensì su quelli che saranno emessi in futuro. In pratica, se uno solo dei Paesi critici non riesce a pagare il debito, la Francia salta due volte: la prima a causa delle sue banche piene di vecchio debito, la seconda a causa delle garanzie che ha dato. Sempre che in uno scenario del genere le garanzie valgano qualcosa.
In questa storia di ingegneria finanziaria ancora nessuno ha versato un euro. Le garanzie sono pezzi di carta: i creditori hanno la promessa che Francia, Germania, Olanda e Finlandia pagheranno. Ma le promesse degli Stati, di fronte alla burrasca, sono come quelle dei marinai.
La speranza è che gli investitori se la bevano, e comprino nuove emissioni mentre la Bce continua a sostenere il prezzo delle vecchie.
Ma è proprio la Bce il secondo punto debole del piano: se continuerà a comprare i bond di Italia e Spagna anche in presenza della garanzia Efsf, gli investitori venderanno i vecchi bond per comprare i nuovi.
A quale prezzo la Bce comprerà, per che ammontare? Nessuno lo sa e la Bce non lo dice, ripete solo di non voler “monetizzare il debito” cioè di non voler stampare denaro per comprare i titoli di Stato. Ma se continua a comprare dovrà prepararsi ad assorbire fino ad 1000 miliardi di carta, perché gli investitori tenderanno a sostituire tutti i vecchi bond con le nuove emissioni, questo non è forse monetizzare il debito?
L’accordo che si profila non ha logica economica, è solo un compromesso politico fra la Germania che non intende né aumentare le risorse del Esfsf né consentire un intervento decisivo della Bce, e la Francia che è alla ricerca di una mossa disperata che le eviti una nuova pesantissima manovra finanziaria alla vigilia delle presidenziali e che dia respiro alle sue banche. Non sappiamo se questo piano ha un nome ma andrebbe ribattezzato piano “speranza”: si lancia l’ennesimo progetto inutile nella “speranza” che il mercato ci creda.
Una storia quasi dimenticata. "Smettila di rompere i coglioni. Hai la voce da deficiente. Sei una testa di cane. Bastardo. Vi facciamo chiudere tutti. Vi conosciamo tutti. Bastardi. Vi spacchiamo il culo. Gruppo Silvio forever"
Dalle parole ai fatti.
BREVE STORIA DEL BO.BI
(Tratto dal "Manuale per un consumo responsabile" di Francesco Gesualdi - Ed. Feltrinelli)
"Tutto cominciò nel novembre 1993. Mentre Roma era in piena campagna elettorale per l’elezione del sindaco, successe che Silvio Berlusconi, proprietario di un vasto impero finanziario comprendente Standa, Mondadori e quattro reti televisive, dichiarò senza mezzi termini che se fosse stato cittadino romano avrebbe dato la sua preferenza a Gianfranco Fini. Per colmo di provocazione, la dichiarazione venne fatta in una regione di sinistra come l’Emilia Romagna in occasione dell’apertura di un nuovo supermercato Standa a Casalecchio sul Reno in provincia di Bologna.
Di fronte a questa dichiarazione, l’Italia più avanzata entrò in agitazione. Era ancora fresco l’esempio di quanto era accaduto in Brasile dove Marinho, proprietario televisivo locale, aveva fatto eleggere presidente un uomo poco “limpido” come Collor de Melo. Dunque bisognava lanciare un messaggio forte e fermare sul nascere il tentativo di utilizzare il proprio potere economico e il possesso di tv commerciali per orientare la politica italiana. Così nacque l’idea di organizzare un boicottaggio contro la Standa e contro le televisioni di Berlusconi. L’idea fu di Gianfranco Mascia, 34 anni, leader degli ambientalisti e del movimento nonviolento di Ravenna, proprietario di una piccola agenzia pubblicitaria, che il 24 novembre lanciò il suo appello a tutti i progressisti:
“Smettiamo di comprare i giornali di Berlusconi e di fare la spesa nei suoi supermercati. Ritiriamo la pubblicità dalle sue riviste e dalle sue televisioni. Boicottiamo le sue reti tv”. Così partiva il boicottaggio, denominato Bo.Bi. (Boicottate il Biscione), che incontrò immediatamente il consenso di migliaia di cittadini.
Alcuni quotidiani gli dettero voce. “La Repubblica”, per esempio, diede subito ampio risalto all’iniziativa riportando anche i numeri di telefono e di fax per mettersi in contatto con il centro coordinatore del Bo.Bi. Ecco quanto scriveva “la Repubblica” del 26 novembre: “Telefoni roventi, fax intasati, cellulari in tilt, uffici pieni zeppi di fogli contro lo strapotere del ‘cavaliere nero’. In tutta la penisola si è formata una ventina di comitati cittadini contro Berlusconi anche detto ‘Sua Emittenza’. Nel giro di poche ore si è mobilitata un’armata anti-Berlusconi senza precedenti. Comitati cittadini, legati a verdi e ambientalisti di ogni colore, sono spuntati da Palermo a Piacenza, da Caserta a Torino, a Roma, Bari, Napoli, a Brescia. E ieri sera è nato un comitato pure a Milano, segno che la protesta va forte anche sotto le guglie del Duomo: ‘Siamo in tanti — dice Mascia- e il nostro Bo.Bi. la farà vedere brutta al signore del Biscione’. Tuona la Lega Ambiente, che prima annuncia addirittura uno sciopero sportivo fra i supporter rossoneri, poi ci ripensa e spiega che la protesta contro il Milan era solo una provocazione, una trovata per stemperare la tensione che si respira in questi giorni. Invitiamo piuttosto i lavoratori di Standa, Fininvest e i tifosi del Milan a votare Rutelli”’.
Una cosa è certa: Bo.Bi. fa proseliti ovunque. A Firenze le adesioni contro il “cavaliere nero” arrivano da gente comune, pensionati, studentesse. Prende posizione persino qualche prete, per non parlare del supporto di docenti universitari, del sindaco di Prato Claudio Martini e dello scrittore Saverio Tutino. In Emilia, a favore dei tanti comitati Bo.Bi., si esprime il parlamentare Sauro Turroni, l'Assessore alla Cultura della regione Felicia Bottino pidiessina come Fabrizio Matteucci, segretario provinciale della Quercia a Ravenna.
“Ma — racconterà più tardi Gianfranco Mascia — assieme ai messaggi di solidarietà, fin dall’inizio cominciarono ad arrivare anche dei messaggi minacciosi. Noi, però, non ci lasciammo intimidire. Nel giro di pochi giorni si costituirono una settantina di Bo.Bi. in tutte le parti d’Italia. Incoraggiati da questa risposta positiva proclamammo il 29 novembre Giornata nazionale di boicottaggio contro il Biscione. Per quella giornata chiedevamo a tutti gli italiani di fare uno sforzo particolare per prendere le distanze da tutto ciò che fosse di Berlusconi. Di nuovo invitavamo tutti a non mettere piede alla Standa, a non comprare le riviste Mondadori, a non sintonizzarsi sui canali di Berlusconi. Volevamo mostrare a Berlusconi che così come abbiamo contribuito alla sua ascesa comprando le sue merci, noi abbiamo anche il potere di fermare il suo complesso di onnipotenza.”
Iniziarono i volantinaggi davanti alla Standa, e tramite il tam tam delle radio locali e dei bollettini di ogni associazione e gruppo l’indicazione arrivò in ogni angolo del paese.
Fu un successo clamoroso: secondo i dati Auditel, la sera del 29 novembre le reti della Fininvest registrarono un calo di audience di due milioni e ottocentomila presenze. Gli oppositori di Mascia portarono a pretesto la concorrenza di un film molto atteso sulle reti Rai, ma molti giurano che dietro quella sonora sconfitta c’era lo zampino del Bo.Bi.
Dopo quel 29 novembre, l’Italia intera entrò in campagna elettorale e Berlusconi alzò il tiro fondando Forza Italia. Il Bo.Bi. divenne un movimento sempre più politico e oltre a continuare a proporre il boicottaggio contro gli affari di Berlusconi, sostenne il referendum per l’abrogazione della legge Mammì, lanciò la campagna “il numero al verde” — un invito a mandare in tilt il 144 di Forza Italia — e la campagna “sconsigli per gli acquisti” — un appello a segnalare i candidati “sporchi”. Continuò a volantinare davanti alla Standa e agli stadi dove giocava il Milan, squadra di cui Berlusconi è presidente.
Intanto i messaggi intimidatori inviati a Gianfranco Mascia si intensificavano. Minacce inviate sul suo cellulare, il cui numero era stato reso pubblico anche alla trasmissione Il Rosso e il Nero, per raccogliere adesioni alla campagna. Tanti gli insulti e gli avvertimenti, ma fra tutti quello più minaccioso era stato gridato da una voce giovanile, forse lombarda, forse piacentina:
“Ti spaccheremo il culo, sappiamo dove trovarti”. Voci rimaste sul nastro della segreteria telefonica, minacce di balordi giunte soprattutto dal Veneto e Lombardia, alle quali né lui né i verdi dei comitati Bo.Bi. avevano dato importanza. Tutti pensavano che lo squadrismo appartenesse al passato, ma si sbagliavano. Il 19 febbraio 1994, verso le 11 del mattino, mentre Gianfranco Mascia si trovava tutto solo nel suo studio, sentì due persone dietro la porta d’ingresso. Poi uno entrò, si mise davanti a lui, e mentre sibilava: "Tu sai perché siamo qui”, lo tramortì con un colpo alla testa. Poi, dopo avergli legato mani e piedi con un filo dì ferro, gli chiusero la bocca con un tampone, lo denudarono, gli tagliarono i capelli e lo violentarono con un manico di scopa.
Così si concludeva il Bo.Bi. che aveva sottovalutato il peso dello squadrismo fascista presente anche in Italia.