12.1.09

"Noi, nell'inferno della Striscia





Oltre 20.00 persone vivono nelle aule e nei cortili delle scuole
La loro speranza è che l'Onu li protegga.
E i camion con gli aiuti sono gocce nel mare
"Noi, nell'inferno della Striscia
tra le urla, il sangue e le bombe"
dal nostro inviato FABIO SCUTO

GERUSALEMME - Rafah, nella striscia di Gaza, è una città fantasma.
Palazzi sbriciolati, come se una gigantesca mano li avesse accartocciati e rigettato a terra quello che ne rimaneva, polvere, rovine e morte.

Nelle poche strade ancora percorribili solo macchine saltate in aria, sventrate dalle esplosioni, che esalano quell'odore acre della plastica bruciata.

E poi scarpe abbandonate, borse, mucchi di stracci che qualcuno in fuga ha pensato fossero troppo ingombranti mentre si corre tra una bomba e l'altra in cerca di un possibile rifugio.

In giro non c'è un'anima viva.

Sedici giorni di bombardamenti continui hanno riportato Rafah a un Medio Evo moderno.

Questo il drammatico scenario che si è trovato davanti ieri la delegazione dei parlamentari europei, guidata dal vice presidente dell'Europarlamento Luisa Morgantini, che oltrepassando con molte difficoltà il valico dall'Egitto, è riuscita a entrare per soli 120 minuti nella Striscia di Gaza, approfittando della "tregua umanitaria" che anche ieri non è stata rispettata.

"Gli israeliani hanno sparato anche durante la tregua di tre ore durante la quale siamo entrati", ci racconta, "abbiamo fatto in tempo a vedere la distruzione delle bombe che cadevano, case rase al suolo, auto distrutte, macerie dappertutto, anche accanto alla scuola dell'Unrwa, l'agenzia Onu che assiste i profughi palestinesi e che pure è stata danneggiata".

La pattuglia di parlamentari europei (l'altro italiano era il senatore del Pd Alberto Maritati) si sono pigiati dentro un malridotto pullmino dell'Unrwa che li ha presi a bordo per trasferirisi dal valico di frontiera alla città, che dista solo qualche chilometro. "La parte palestinese di Rafah è semideserta, rispetto a come l'ho vista pullulare di gente in altri momenti, siamo stati in un rifugio ed abbiamo visto donne piangere sconvolte dal dolore per la perdita dei loro figli, mariti, fratelli.

Eppure hanno avuto la forza di accoglierci a braccia aperte, con bambini che ci baciavano e gli adulti che ci chiedevano "ma come avete fatto ad entrare?".

Dal pullmino, racconta Alberto Maritati, "gli aerei che compivano i raid erano visibilissimi, anche in squadriglia, poi hanno lanciato altre due bombe, si vedevano nettamente i funghi dopo le esplosioni e le colonne di fumo che si alzavano".

La deriva umanitaria che sta stringendo la Striscia come un cappio mortale è sotto i loro occhi. La gente resta aggrappata alla vita come può.
Negli ospedali la situazione è drammatica. "I medici, gli infermieri sono travolti dall'emergenza, fanno turni massacranti, si opera senza anestetici, con bisturi che non tagliano più, si amputano arti per ferite che altrove potrebbero essere curate". E per i vivi la situazione non è meno terribile.
Se è impossibile fare un censimento dei palestinesi rimasti senza casa, è possibile una stima degli sfollati che in queste due settimane hanno cercato rifugio nelle scuole dell'Unrwa: in oltre trentamila vivono nelle aule, nei corridoi, nei cortili nella speranza che la bandiera azzurra dell'Onu li possa proteggere.

"Nella scuola "Yasser Arafat" di Rafah sono ammassate centinaia e centinaia di persone, intere famiglie, volti scavati, provati dalla paura e dalle privazioni soprattutto donne e tanti, tanti, bambini, portati via sotto le bombe con quello che avevano addosso. Molti senza nemmeno le scarpe".

L'Unrwa è quasi al collasso.
"Ha pochissimo da distribuire: ho visto dividere una confezione di pannolini e consegnarne pacchetti singoli, perché non ce n'è abbastanza, c'è pochissimo latte in polvere. Mi ha detto il direttore dell'Unrwa, John Ging, sono passati per la prima volta dei camion con aiuti dal valico di Kerem Shalom, in Israele".
Una goccia per un mare di assetati. I magazzini dell'Unrwa, del Pam, del Wfp nella Striscia sono vuoti, i rifornimenti - dopo quasi due anni di embargo - sono sempre stati modesti, ma adesso la situazione peggiora di ora in ora. "Non dimentichiamo che c'è una popolazione di un milione e mezzo di palestinesi da soccorrere e da sfamare e con la distruzione dei tunnel, nei quali forse passavano armi ma anche tanta merce e tanto cibo, è finita anche un'economia parallela di sopravvivenza".
Mentre la delegazione si trovava negli uffici Unrwa sono cadute alcune bombe lanciate dai caccia israeliani, a meno di un chilometro, in uno degli 80 raid che i caccia hanno compiuto ieri nel sud, bombardando sistematicamente tutta la zona di confine con l'Egitto.

"La gente correva in preda al terrore e urlando, forse per sfogare la paura", racconta Maritati, "poi dopo l'esplosione, quando si è visto il fungo levarsi in un'altra parte della città, ci sono state grida di esaltazione per essere scampati ancora volta". "Questa guerra è una follia più grave di altre perché i due avversari si combattono in uno scontro impari", dice ancora con la voce scossa l'ex magistrato, "in mezzo alle case, in zone così densamente popolate, i civili pagano il più alto tributo di sangue".

Due ore più tardi il pullmino dell'Unrwa riaccompagna la delegazione al valico di frontiera, spingersi verso nord verso Khan Younis, verso Gaza City non è possibile, la battaglia lì è strada per strada con le truppe israeliane a terra che ingaggiano combattimenti con i miliziani di Hamas che hanno ricevuto l'ordine di non alzare mai bandiera bianca.


Aspettando le formalità per ripassare la frontiera, la delegazione ha potuto vedere gli effetti del bombardamento sulla città di un paio d'ore prima. Una fila di cinque-sei ambulanze aspetta di poter entrare in Egitto. A bordo solo feriti gravissimi. Nessun combattente di Hamas. "Erano tutti civili, feriti dalle esplosioni, con arti scomposti. In una c'erano due corpicini avvolti con le bende già completamente intrise di sangue.

Per loro la speranza di potercela fare è solo oltre la sbarra di questa frontiera. La comunità internazionale non può restare a guardare".